San Francesco d’Assisi

San Francesco d’Assisi
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La Valtiberina è una delle valli più importanti per la storia di San Francesco d’Assisi, terra di collegamento fra Assisi e La Verna e luogo dove ha ricevuto le Stimmate.
La Valtiberina  offre  e conserva ancora i luoghi cari a San Francesco, dove ha trascorso le notti, aiutato le persone e fondato eremi.

In questi luoghi, facilmente raggiungibili in auto, si percepisce ancora oggi un grande misticismo, dove il silenzio è spontaneo e il desiderio di riflessione è tangibile.

Eremo di Montecasale

L’eremo, situato su una collina che domina la valle del torrente Afra a circa 7 km da Sansepolcro, è luogo emblematico della presenza di S. Francesco in Valtiberina. Strutturato come un imponente fortilizio serba intatta un’atmosfera di profonda spiritualità nell’isolamento e nell’aspra bellezza della natura circostante che spinge alla meditazione. Le sue origini risalgono al 1192 quando i Camaldolesi costruirono un piccolo eremo, un ospedale e un ospizio per pellegrini e viandanti sul luogo precedentemente occupato da una fortezza che sorvegliava un’importante mulattiera di collegamento tra Valtiberina e il versante appenninico marchigiano.
La fortezza fu abbandonata assieme al vicino castello dei Bofolci intorno al 1187, in seguito a una prescrizione che obbligò i feudatari del contado a trasferirsi dentro le mura della città del Borgo, ma restò immutata l’importanza del luogo come transito di ‘pellegrini romei’. Nel 1213 l’eremo e l’annesso ospedale di S. Maria di Montecasale furono ceduti dall’abate camaldolese a S. Francesco, di cui il luogo serba fedele memoria in alcuni avvenimenti di cui parlano le fonti biografiche del santo: celebre l’episodio dell’ingresso nell’ordine di un giovane dei Tarlati di Sansepolcro, cui fu dato il nome di Angelo (Fioretti); l’episodio aneddotico dei cavoli piantati all’insù narrato da Fra Bartolomeo da Pisa o la conversione dei tre ladroni riportata da diverse fonti storiche.

Nella prima metà del Duecento Montecasale accolse anche S. Antonio da Padova e S. Bonaventura da Bagnoregio, ospitati nelle piccole e disadorne cellette a cui si accede attraverso una piccola porta dal coro.

Progressivamente abbandonato a partire dalla metà del XIII secolo dai frati minori che si trasferirono nel nuovo convento di Sansepolcro, fu sede dei terziari francescani, poi passò ai Cappuccini, che ancora oggi vi risiedono.

Il complesso ha il primitivo impianto strutturale dei più antichi conventi francescani, con un piccolo chiostro centrale al quale si accostano vari edifici legati alle funzioni monastiche.

La piccola chiesa intitolata a S. Maria, semplice ma suggestiva, conserva una pregevole scultura lignea policroma del XIII secolo raffigurante la Madonna con Bambino, portata qui secondo la tradizione dallo stesso S. Francesco dalle rovine del castello.

Di grande interesse è inoltre l’oratorio di S. Francesco, sorto attorno al giaciglio in pietra che il frate utilizzava come luogo di riposo riparato da frasche. Sull’altare un Crocifisso del XV-XVI sec.; in una nicchia della parete destra una Pietà del XVI sec. in creta essiccata al sole ed i teschi di due dei ladroni convertiti dal santo.

Il convento di Montauto e la leggenda del saio di San Francesco

Deviando dalla S.P. 43 della Libbia, appena superato l’abitato di Tavernelle in direzione Arezzo, si raggiunge il luogo di esercizi spirituali conosciuto come Cenacolo di Montauto.

Il pendio è contraddistinto da tre edifici di notevole interesse architettonico e storico-religioso. A dominio della zona si trova la villa fortificata La Barbolana (seconda metà del XVI sec.), straordinaria residenza privata impostata su pianta quadrata con bastioni angolari rientranti e torre centrale. Poco più avanti un bosco di cipressi cela il Convento di Montauto, mentre la strada continua fino alla recinzione che delimita la tenuta di caccia del Castello di Montauto, autentico ‘nido d’aquile’ posto a dominio delle valli del Tevere e dell’Arno. Ai signori di Montauto, la cui contea fu talmente potente da rappresentare uno degli ultimi feudi imperiali, ed all’incontro con il santo di Assisi si deve la storia del Convento.

All’interno di esso infatti sono state a lungo conservate alcune reliquie, tra cui un lembo del saio di S. Francesco. Nel settembre 1224 di ritorno dalla Verna,il Santo si fermò a Montauto dove il conte Alberto Barbolani gli offrì in dono un nuovo saio in cambio di quello che indossava, sporcato dal sangue delle stimmate e ricucito negli strappi con steli di ginestra.

S. Francesco assecondò la cortesia del Conte, il quale espresse inoltre la volontà di costruire un convento per i suoi seguaci: occorsero però ben tre secoli prima che tale promessa fosse mantenuta.

Si narra infatti che molto tempo dopo il Santo, non essendosi dimenticato della promessa ricevuta, apparve insieme a S. Antonio ad un discendente del conte Alberto, che ricevette indicazione di dove costruire chiesa e convento. La leggenda narra inoltre che gli steli di ginestra con cui era stato rammendato il saio fiorissero ad ogni primavera.

La reliquia, confiscata dai fiorentini nel 1503, fu trasportata nella chiesa di Ognissanti a Firenze, poi alcuni anni fa fu collocata all’interno della Basilica del Santuario della Verna.

Risparmiato dalle distruzioni belliche, dal 1960 il Convento, a ridosso dello splendido bosco e del leccio secolare a fianco della chiesa, è abitato dalle Suore di Nostra Signora del Cenacolo.

Il convento della Croce

La chiesa, straordinario sfondo architettonico dell’antica Ruga di S. Martino che sembra tagliare in due Anghiari per poi proseguire nel lungo rettilineo fino a Sansepolcro, fu edificata a seguito del passaggio in questo luogo di San Francesco nel 1224, quando il Santo piantò una croce in cima alla collina alla congiunzione di tre sentieri. I fedeli costruirono sul posto una piccola cappella, cui seguì l’edificazione di case e palazzi: fu così che il nuovo borgo prese il nome di Borgo della Croce. Frate Francesco, provato dal lungo periodo di penitenza sul Monte della Verna, tornava ad Assisi dopo aver ricevuto i segni della passione di Gesù Cristo: la croce, piantata ad Anghiari su quello splendido balcone che si apre sulla valle del Tevere, lontana dalle mura castellane, diventa quindi testimonianza della croce vivente da lui portata e quindi del passaggio di Cristo. Alla morte di Francesco la presenza dei suoi frati si fece sempre più assidua in zona: gli zoccolanti, così chiamati per lo zoccolo di legno dei loro sandali, venivano dalla Verna per cercare grano ed olio.
A testimonianza del loro soggiorno in Anghiari esiste ancora, quasi in fondo alla ripida discesa della Ruga, l’ ex Ospizio dei Frati, oggi sede della Confraternita della Misericordia.

La devozione popolare verso il Santo di Assisi trovò infine espressione nella trasformazione durante la seconda metà del XV sec. del vecchio Ospedale di S. Martino, posto in cima allo stradone trecentesco, in Convento per le Suore di S. Chiara.

La costruzione della chiesa iniziò nel 1499 per terminare nel 1566: la facciata si contraddistingue per l’elegante porticato con arcate su colonne doriche, chiuso nel XIX secolo per ospitare una scuola elementare ed un asilo. I restauri del 1987 hanno restituito all’edificio le forme originarie: all’interno una tela di Domenico Cresti (detto Il Passignano), un quadro seicentesco con il Ritrovamento della Croce attribuito al pittore fiorentino Carlo Dolci , un affresco del XVI sec. raffigurante l’Annunciazione ed un dipinto con Madonna in gloria tra Santi attribuito al fiorentino Giovan Battista Susini, nello sfondo del quale si vede un interessante scorcio di Anghiari alla metà del Seicento.

All’interno della chiesa si trova anche la lapide sepolcrale dello storico Lorenzo Taglieschi (1598-1654), ai cui Annali della Terra d’Anghiari si deve la conoscenza di gran parte della storia del paese e dei suoi dintorni.

Grazie ad una pubblica sottoscrizione del 1868 il Convento della Croce fu trasformato in ospedale, una struttura sanitaria che ha operato per circa centoventi anni fino a quando è stato convertito in sede del distretto socio-sanitario e residenza protetta per anziani.

Eremo di Cerbaiolo

G. Carducci descrive poeticamente questo luogo selvaggio e votato alla meditazione ed alla preghiera:

“E Tu che al cielo, Cerbaiol riguardi

discendendo dai balzi d’Appennin,

come gigante che svegliato tardi

s’affretta in caccia e interroga il

mattin,

Tu ancor mi arridi.

E, quando ai freschi venti

di su l’aride carte anelerà

l’anima stanca, a voi poggi fiorenti,

balze austere e felici, a voi verrà.”

Salendo per la SS 258 Marecchiese da Sansepolcro verso Badia Tedalda si scorge, a sinistra del Tevere sul fianco occidentale dell’Alpe della Luna, un piccolo eremo abbarbicato sulla roccia, raggiungibile tramite una strada di montagna che collega il passo di Viamaggio con Pieve Santo Stefano.

Le sue origini risalgono all’VIII secolo: fondato nel 706 da Tedaldo, signore di Tiferno (Città di Castello) e di Suppetie (Pieve Santo Stefano) fu donato nel 723 ai Benedettini dell’abbazia di San Michele Arcangelo di Badia Tedalda che lo abbandonarono intorno al 1100.

Il monastero e la sua vasta selva fu offerto nel 1216 a San Francesco che lo accettò per i suoi frati.

Nel 1230 Sant’Antonio da Padova vi sostò prima di giungere a Montecasale, riposando su una nuda pietra posta nell’omonimo Oratorio, da sempre meta di pellegrinaggio.

Il complesso monastico, notevole esempio di insediamento religioso in luogo impervio, si sviluppa attorno a un chiostro seicentesco comprendendo la chiesa, la cappella, il refettorio e le celle.

Dopo i pesanti danni subiti nel corso della ritirata tedesca del 1944, l’eremo è stato completamente ricostruito per l’interesse e la dedizione di una Sorella della ‘Piccola fraternità di Santa Elisabetta’che ha voluto salvare questo millenario luogo religioso di alto valore spirituale per offrirlo alle generazioni future quale Casa fondata sulla roccia di una Fede eloquente e confortante, granitica come i massi che le sono base e tetto.

Santuario della Verna

La Verna, montagna sacra della contemplazione francescana dove nel settembre 1224 Francesco d’Assisi ricevette le sacre stimmate, è da quasi otto secoli centro di attrazione e di irradiazione del messaggio di Pace e Fraternità universale.

Situato tra l’Alpe di Serra e l’Alpe di Catenaia, il santuario è arroccato su un’alta rupe calcarea tagliata a picco del Monte Penna (il ‘crudo sasso’ di cui parla Dante nel canto XI del Paradiso), tra boschi secolari.

Meta continua di pellegrinaggio, attrae sia in inverno con la suggestione della neve che spesso ricopre di una candida coltre tutto il complesso conventuale e la foresta che lo circonda, sia in estate, con l’incommensurabile frescura offerta da abeti, faggi, aceri e frassini. Frutto di molteplici interventi costruttivi avvenuti durante il XIII, XV e XVI secolo, il santuario è il risultato di vari corpi edilizi incastrati uno nell’altro, seguendo la naturale conformazione impervia del terreno, nato come eremo poi cresciuto per la grandezza dell’evento di cui custodisce e fa vivere la memoria.

Di grande interesse la Basilica di S. Maria Assunta con le splendide terrecotte invetriate di Andrea della Robbia e della sua bottega e la reliquia del saio che Francesco indossava quando ricevette le stimmate; la piccola chiesetta di S. Maria degli Angeli (XIII sec.); la Cappella delle Stimmate, costruita sul luogo dell’evento miracoloso; il letto di S. Francesco, grotta umida e fredda in cui egli era solito riposare stendendosi sulla nuda pietra; il Sasso Spicco, imponente macigno che sporge sopra un’altra roccia formando un anfratto naturale; i silenziosi chiostri e non ultimo il pregevole Museo che espone corali miniati del XV secolo, suppellettili liturgiche, parati, dipinti nonché una sala dedicata all’antica farmacia e al laboratorio di spezieria del Santuario e un ambiente dedicato a frate focu, ovvero al ritrovo fraterno dei religiosi nelle gelide serate invernali intorno al fuoco comune.

La Verna è facilmente raggiungibile sia da Pieve Santo Stefano attraverso l’omonima strada statale, sia da Caprese Michelangelo tramite la strada che collega la frazione Lama con Chiusi della Verna.

[fonte: http://www.laverna.it/]